Da Vrusciamundo, Porretta Terme, I Quaderni del Battello Ebbro, 1994.
CORPO DI ME
Discendo da una stirpe assai irrequieta...
Dal basso all'alto
toccami!
Questa è la parte
pesante dolorante
che ai colpi ancor resiste
non si pente o tergiversa
non si piega
ben s'impianta
e si spiega
finché nuovo dolor
la spezza.
Questa è la parte
leggera evanescente
sforzo di nei e torsioni
torsolo di tensioni
un mantice tormenta
che a' colpi s'allarga
e si restringe
finché il fiato
l'abbandona.
E in alto
la parte effervescente
non ha contorni
ma smorfie e lazzi
di cui indarno s'adorna,
un filamento
da qua all'aldilà.
Corpo di Bacco!
se ridi ti sbagli
poiché dov'è armonia e proporzione
non è più cosa nostra
e se conosci il davanti
indovina non sei del tuo didietro.
Ascolta,
dov'è la voce adesso?
In qual punto d'anatomia che non conosco
si perde il suono,
morte è silenzio o memoria dei suoni?
o il muto tonfo delle parti
dal ricordo annerate?
Ma se anche un sordo
rantolo ronza,
ascolta
è un formicolìo
che insiste e chiede
in scioltezza
in scioltezza
salti scatti scarti
sistole e diastole
extrasistole
al giullare divino
al demente di Dio
al lògos spermatikòs
del povero Zagreo:
corpo di me muto.
Ti guardo attonita
dall'infinita mia informe adolescenza
quando le parole deformi invasero le carte
"Essi mi perseguitano molto. Dicono che i re non possono morire di peste... Pensano che io sia un Re di Carte"
diceva il piccolo Luigi XIII...
e come fuoco mi divorarono!
Poiché non posso divorarti
vorrei almeno domandarti
perché lasciasti che la tua bellezza
non desse un taglio netto
alla spera dei capelli
che mi distrae lo sguardo
dalle rotondità del tuo culone,
amica bella.
Dove luccicano i denti,
o silenziosa e schiusa?
Perché incornici il viso
di quella massa inerte opaca?
Parla!
E' cattivo il silenzio
a me che so solo di parole,
tu lo dicesti prezioso
ma era un vezzo
dell'infanzia ch'avvizza.
Corpo di lei muto
a me che so solo di pene,
parla!
non so chi mi trattiene...
Guarda che la paura non demorde
tormenta come anima d'un altro
e potrei rivoltarmi
come un serpe o un indovino
e una volta profetata la risposta
che tu sei nulla
chiedermi perché interrogarti ancora.
GAIEZZA MALA
L'autore, se voi lo conosceste
direste c'have una fisionomia smarrita...
Come cucina invasa
da formiche,
il viso mio
d'un fluido nefasto
s'imporpora
spare d'un chiaro il sorriso...
Ahi! Gaiezza mala!
Le molli ginocchia si piegan
è il latte che scivola
dai sorrisi diserti
da dense pietà
da denti serrati
fra i serragli animati.
Cammina cammina
bla bla
questo presente non sogna
bla bla
quest'acqua non lascia
che niente sia intatto,
si prende i sensi
l'infetta
leva di senso
è salsa,
scuce cicatrici
pezzi di mani
è gettito e gettito
brividi e sangue
Orrore!
L'autore
se voi lo conosceste
direste c'have una fisionomia smarrita
Dammi un farmaco onomatopeico,
un veleno omeopatico,
questa cappa di monaco
scucita
senza gli occhi della mente,
m'ammacca,
m'ammolla le ginocchia
sulle caviglie tornite
forgiate da corse
di cavalla gaia
al galoppo
su cavallo a pelo,
quest'acqua maledetta
che borboglia,
quest'aceto.
Scovami un esorcismo
un borborigmo
dalla Babele acustica
ch'intreccia la lingua,
scoviamo un esorcismo
ché non s'offenda il grande forgiatore
di mani e lingue
ché noi amammo
questa Babele irrequieta
questa lingua
questa lingua posseduta
a colpi di fianchi,
scoviamo un esorcismo
perché di nuovo scorra
lattemiele
a lavar budella sazie.
L'autore,
eh, eh
voi lo conoscete,
dite c'have una fisionomia smarrita?
Salda le dieci dita,
oh licor di lingua
ch'ubriaca,
che non s'offenda la mano
del frale di Dio,
scalda il fiato
mia Babele dolcissima,
forgia di nuovo
quella fisionomia smarrita,
le sue corde sfibrate
attracca!
Ché son di lei stessa
che vorrebbe saziarsi di me stessa
se ne trovasse il modo ermafrodito.
LUNA SAGITTARIA
Ti ho portata
sulla spiaggia
della luna sagittaria
dove scalpitan cavalli
ti ho portata
I cavalli sulla luna
pestano senza rumore
corrono immobili
i cavalli sulla luna
e gli occhi enormi e folli
si bevon le maree.
Ti ho portata qui
perché m'hai chiesto
cos'era quel movimento
il brivido che scorre
a tratti a salti
a fossi e saltafossi
a bòtte,
quell'immobile sussulto
- così timido -
sono i cavalli sulla luna.
Tu non ti ricordavi
di quel tempo:
quando avevi un corpo gotico
e enormi anelli i tuoi occhi
come maree bevevano la terra
quando regnavi
su guglie di sabbiebianche
mite cavalla
da fremiti attratta
a salti di fossi e saltafossi
sugli impervi percorsi della luna
- a tratti a bòtte -
E delle rare volte
che t'imbrigliava un dressage
- tu così timida,
la tua danza sulla luna -
e credevi di non esser vista
- imbrigliata elegante distratta.
ANGIOLETTA DEL CONVITTO
Mi s'aggricciano
ancora i carni
- questa pelle bianca finissima -
queste mani
lavate e rilavate
cento volte al giorno
mi s'aggricciano i carni
"l'Opera è piena di sentimento"
maschia Gioconda
oh soavissima
(mica i ballarini d'oggi
chiddi saltimbanchi
nani televisivi)
soavissima stilla
come un licor d'uliva
mi s'aggriccian
di terrore
i carni
per quei due occhi
due olive nere
e i ricciolotti biondi
- come i tuoi -
il volto fra le mani
della direttrice,
angioletta del convitto
parlez-vous français?
- dura la punizione -
Calmati cara, calmati piccina...
(Qual è il soggetto?)
Dalla mattina alla sera
giocava a pallone
chidda bella faccia
angioletto di cui si perde' lo stampo
gelido
due cocci d'alive
la difterite se lo portò...
Mai mai si vide
gola più bianca
singultare afona
ingollare i gridolini del mattino
dalla mattina alla sera
mi s'aggricciano ancora i carni,
angioletta del convitto
squartata di stupore
(Qual è il soggetto?)
I ballarini scosciati e fluorescenti
coprono la memoria
di quei bambini
sopraffatti dal terrore
e le vestine chiare
mantengono le pieghe
di fresca stiratura,
- a un cuor di fede pieno -
E pien d'amore
tremola il racconto
di quei bambini
di cui si perde' lo stampo,
ch'è fatica articolare
con mezza dentiera,
ancora annienta
lo sguardo strabico
ai vecchi figli
fra madre e televisione
- ond'io ancor mi confondo -
Ma quegli occhi pescini
quel licor grigio
ma la bontà che in lei - (Qual è il soggetto?) -
tutti confonde
e dà vaghezza enorme
di volgersi a costei
- squartata da parti e da partenze -
E allora dice il Signor Utero:
" Non la pudica rosa
che il volto a lei colora,
nè il labbro ove s'infiora
la vergine parola
che dal cuore parte
e vola armoniosa.
Né la gepière che gode
ne la danza festiva
in cui tutta giuliva s'abbandona
ma la bontà che in lei - (Qual è il soggetto?) -
splende modesta e cara
tanto quant'è più rara
in bella forma ".
(Oh licor grigio...)
" Agli occhi che non sanno trovar
un bene altrove
della sua luce piove
soavissima stilla
come un licor d'uliva
un fioco lume "
(Oh fioca voce...)
" O stella o prima gemma
delle cose create
m'odi... e porgi benigno... e frena...
a un cuor di fede pieno
e pien d'amore ".
Ahi prolassa!
copula di memoria
angioletta squartata.
Da Comedia, Milano, Bompiani, 1998
Da Tre variazioni sulla nascita
III
E fui fatta maschio
soldata del Signore
carismatica martire felicemente
atleta Christi,
leccavo miele, sgranocchiavo locuste.
Santa allegrezza!
pensavo che non ce l'avrei mai fatta
a darmi in pasto alle belve.
Ma tutta nuda
rivestita di Cristo,
che godimento essere sbranata
che sensi ariosi provai da sbrindellata.
Poi presi una storta,
e fui smidollata
- smorta -
Pelle capelli unghie cominciarono a ispessire,
ebbi glandole ovunque rigonfie e pieghe e folti.
E fui fatta femmina,
mollemente uscita viva dal guaio della nascita.
Si levò un forte odore di corpo
in quel cicatriziale cambio d'abito.
Da Gli angoli della bocca (L’Alimentazione)
I
VEGETATIVA
Fami freddi vigilie nervi
per i versi soffersi
l'inganno dei sensi. Amari passi di fuga
Adesso l'altra origine
altra causa d'avaritia m'adesca
e ciao mi scappi sul motorino (s'alza un polverone)
in pieno inverno anche tu mi lasci
o mio bel Sanfrediano e anch'io son per la Fiore!
E mi dìa una spuma gialla da 50
tìnnano a i' barre i bicchieri lustri
(cencino molle cencino molle)
tìnnano lustri occhi-monetine nel piatto delle mance:
la porti un bacione a Firenze cantavamo.
Adesso célo célo manca manca
si giocava a soffino alle medie
girando a vuoto s'alzava un polverone
e in avaria andò il motore.
Piatto, piatto d'un encefalo, onfalo bianco
girando a vuoto ancora più ampio mi spazia
in sin dentro l'odore greve
del soffritto della Graziella che mi manca manca
l'odore del mio bel Sanfrediano adesso mi ripesca (che nausea la mattina)
- e parlo come magno -
a destra
e a manca
e ancor più giùe giùe
còlta in flagrante là all'accesso
del panificio aulente ove un bel dì s'innesca (che buco allo stomaco)
la vita infanta
l'amor polenta.
LA PARTE OFFESA
Io non so perché la mente
non so come s'indementa
(Opalina opalina, liscia pietra capricornina
uh! pissi pissi bau bau
uh! pizzicorino in onfalo bianco piatto
piatto, piatto d'un encefalo
girandolona di una mamma divertinga)
Tanto fu dolce suo vocale spirto
mamma fummi poetando dramma
e lasciò il corpo vilmente disfatto
Fra punto morto superiore
e punto morto inferiore
in avaria andò il motore. Nessuno aveva i suoi occhi e il suo odore
Tutto fu stucco e biacca, grave abbaglio (LUCE!)
malinteso, malefatta (ti sculaccio, oh, guarda!)
- s'intenda - al momento dell'incaglio
d'un rigurgito violento di presame
presa me da te per fame.
(E qual indulto beata sentenza m'ingiunse):
LE PAROLE SONO UN MOTO CHE VA
DALL'INTERNO
VERSO L'ESTERNO
Da Gli angoli della bocca (L’Alimentazione)
II
VEGETATIVA
Ma ancor più giùe giùe
là dove è pianto e stridore di denti
nella natura amorale dell'estate Du'lucertole s'appiccano in corsa
larghe gambette in fuga per otto
ha' voglia a sterpagliare ogn'anno
Versailles se la rimagna la natura Per tomolate, a perdita d'occhio
E vedo che già non son né un né due a mischiar lor colore
mentre ti faccio ancora le sguerguenze (anchéggio anch'io, saltello)
falsificando me in altrui forma.
Ha' voglia a disterpare a diserbare
tutt'intorno ci smangiucchia la natura
e vedo già che non son né due né una
ma bimbìa rossa alfine, certo, rossa malpelo tacco-punta
tacco-punta
anchéggio anch'io, saltello
S'abbarbica la buganvillea
e le sue foglie di foglie
i fiori suoi di foglie sanguisuchi - sto sulle spine io, ti spio -
tutto ti rimagnano lu Filiciaru
tutta ti risucano la casa della mente
cinico re, mio possidente.
LE PARTI IGNOBILI
Ma ancor più giùe giùe
ubi non trovo dante ubi consistam
là dove l'altra origine m'appesta Le parole tendono ad essere
inadeguate al tanto temuto contenuto
una sbiobbina cammina tutta di trache,
non sarà mica la storpia
di quella poesia di mio padre? (mi lusso anch'io, anchéggio)
E vedo che già non son né un né due
mentre cresce di grano e io non granisco. Per tomolate, a perdita d'occhio
Che il gemellaggio è improbabile
lo rivelano le proporzioni, Nessuno aveva i suoi occhi e il suo odore
se l'una si china sull'altra (anch'io m'inchino a te, mi chino)
per sganciarle i bottoni.
Ma come La Vecchia anche lei
è di grossa caviglia
e tutta a lui centimane s'appiglia
(pispigliando) ADOPERANDO PER LA PRIMA VOLTA LE MANI FINALMENTE CAPII PERCHE' MIO PADRE ERA STATO UN UOMO FELICE.
NEI COLORI PRIMARI - COME DICEVA LA DUSE – “OGGI REALIZZO”
Toh!, una bòtta sulla coscia
ergo esisto, dunque sono: questo:
terra grassa, campagna
occhio e cuore di bue.
Esisto e dunque sto
intr'a ddu' alivari
Donna Rosina s'annoda languida treccia
e guarda gemere il miele dai fichi,
mmhh... gua' che goduria (che giulebbe)
intr'a ddu' alivari ccà
c'è lei proprio lei lei
lei poppone lei scarponcelli slacciati
lei di caviglia pesante lei
la nobil contadina d''a Poèria,
chidda c''u ficu se ll'ingoia intero,
'u ssai? Glop, intero!
Il latte di fico mi brucia il labbro (spia rossa s'accende)
dunque esisto e sono
in cassetta di sicurezza
l'anello il bracciale e la spilla R
l'eredità dell'ava platinata e brillante R
che qui giace in pace sorridendomi mesta
acquitrinosa livida ametista R
E allora un'altra bòtta sulla coscia e via
mi strofino mi scortico un polpaccio,
arrossisco tutta e sono ancora e sempre
ancora e sempre ancora e sempre (VAMPATA!)
Donna Rosarina dei Poèrio (- Quando era sbronzo concionava come il celebre avvocato di Casabona, almeno così gli pareva, poeraccio -)
Donna Rosarina la Paccia - vino, vino per tutti, offro io! -
Donna Rosarina 'u Poeta - offro io! -
l'orator di piazza, l'orator latinorum,
che di necessità qui si registra
anche se credo invero non esista.
Lui cresce nel grano mentre granisco:
'u pane 'e Capizzaglia
affogato nel vino
mi gonfia la panza.
Da Sequenza orante
(…) Poi mi mostrò San Francesco. Allora il beato Francesco mi mostrò una familiarità e un intimo amore, oltre ogni limite. Mi dilettavo moltissimo in quella familiarità e amore mostratimi dal beato Francesco. Mi confidò cose segretissime e sublimi. Poi mi disse: “voglio fare di te la mia martirella”. Io chiara santa dell'amor francesco tu o divino santo Francesco San Francesco delicatezza San Francesco delicatezza di sbirro cacciami dalle alte sfere ingannano! Son bolle di sapone esplodono e resta solo una triste goccia lacrimale che si dissecca e mi dissecco io trista e sono la goccina tua è il mio gocciare tutta quando mi lasci è la mia lacrima se non concedi è la mia lacrima se mi rifiuti se ti rifugi in eremo! (Sulla strada verso Assisi mi aveva detto: ). Disfami sfamami! Io chiara santa dell'amor francesco tu tu santo di ghiaccio bellezza semplice di tristezza maschia tu mal francioso invadimi in chiara luce ad ogni sud del mondo io chiara e bianca io piccola cosa bionda e monda tu santa bruna possanza ti innalzi contro la chiara luce d'ogni sud del mondo e a me commosso sorgi di contro la chiara luce d'ogni sud del mondo tu maschio oscuro in luce di chiarìa tu sborrami latteo la luce tua su volto fresco su pelle lucente tu pelle nera schianta nella chiarìa del giorno che nasce! Prima, nel mezzo di quella oscurità, giacevo distesa per terra. Ora, in questa suprema illuminazione, saltai in piedi e mi ressi sulla punta degli alluci. Ero in tanta gioia, in tanta agilità del corpo, in tanta salute e rifiorire come mai mi era accaduto, con un corpo rinnovato. Ero nella pienezza della chiarità divina. Stànati! Allontana da te allontana da me le alte sfere verranno poi gli angeli scarniti ma adesso gonfiami fammi venire al Bello che trapassa alla bella morte! Oh avere un cielo nuovo un cielo puro dal sangue d'angioli ambigui! Destami dal sonno che divide dalla venefica incubatio dalla malarica dormizione! Oh, ogni creatura vien meno! Oh, l'intelletto degli angeli non basta! Annasca annasca l'aria dilata le narici - fremono le froge dei cavalli nella chiarìa del mattino che annasca - annaspa annaspa scalpita o di luce nera di pelo nero splendente stallone o monta nero nero nero di luce! Scalpita annaspami annascami scalcia segui l'odore della puledra bianca nell'albume latteo che invischia il tuorlo del mattino del giorno che nasce! Io ondivaga me femmina cavalla io la ragazza astrusa e strabiliata stravolta e esorbitata mi abbatterò soltanto quando le gambe si spezzeranno o quando s'affrolleranno nella corsa pazza! Voglio cantare dell'ardente Muso dell'ardesia che mi sbuccia le ginocchia che mi sgraffia e mi sfigura il viso sfregiata dall'oltraggio del mancare. Mi vedo storta, immonda, falsa, errante. E' puro invece il tuo sorriso deserto è il deserto puro mentre tu mi diserti Muso e mai mai ti avrò sublime così bello Muso restio di penitente muso di ritegno che spaventa e ossessa Muso silente di fronte a me da Muso a Musa. Ma per le tue spalle larghe io mi smuoro e mi rattrappo se non m'abbracci e tu tu potenza raccolta e pensosa tu ti distacchi. E molte parole piene di dolcezza mi disse mentre stava per allontanarsi; e si allontanò con grande soavità, pian piano, fermandosi ogni tanto. Allora cominciai ad urlare ad alta voce con strepito. Ed urlavo senza ritegno, ripetendo questa parola: . Ma era impossibile, e non dicevo nulla di più che le prime parole: No no! Tu stupra stupra sfregia e impregna - tu schizza e strappa e straccia e strazia me l'emorroissa io cosa biondina e tutta monda tutta bocca io tutta cavernosa carnosa io spasimo convulsa io sponsa spossata spossessata io non dormo e nelle spallucce mi rattrappo io non dormo non mi rassegno io - e fo spallucce. Abbracciami stringimi! Non indurire il cuore come a Merìba! Vedendomi così sprofondata, allora s'innalza la superbia. Divento tutta rabbia, tristezza, amarezza, boria, divento tutta rabbia e tristezza. Ma nel segreto della nuca dura io cerco io ti accarezzo Muso duro con tutte le stonature delle abbandonate con tutte le striature delle abbandonate con tutte le strinature delle abbandonate io nell'abbondante mielosa dolcezza ti accarezzo Muso coi miei capelli ormai strinati incatricchiati coi capelli biondi striati delle strie del salmastro dopo il bagno notturno sotto la luna. Sotto la luna o nuca dura nuca forte nuca di maschio ostile tu Muso in cui m'infango in cui m'infogno ove m'infoio o mare io affogo e sbocca salino e amaro in bocca il turpemente innocente membro assaporo di tue membra il liquido disfarsi di te Muso enorme triste eïaculante e non ti posso più trattenere sei tu tutto vivente insulto di virus Ebola che mi liquefa i muscoli e in acqua mi riconverte e mi raggela al caldo. (Ma poi agilmente poi mi sfaldo in mestruo e vo al macello è tempo di mattanza e in nervo vago io sfrondo i miei lutei corpicini i miei trecento quattrocento ovini e mi fo aggeggio e mi lascio aggeggiare e bubbolo dal freddo e mi fai bubbolare). Molestami annientami spèrperati scutulìami le ossa i denti le membra mie tutte inermi inerti! Tutte le potenze dell'anima sono scombussolate sotto i suoi occhi. Quando l'anima vede questo totale sovvertimento, ha un tale disperato dolore, una tale rabbia, che appena e di rado posso piangere, perché l'ira me l'impedisce. Talora piango senza freno. Talora l'ira cresce talmente che a malapena mi posso astenere dal farmi a pezzi. No no! O stupro o rabbia! Stormi di storni a colpi di guano a mitraglia così m'hai piallata e poi m'hai infibulata ad ogni sud del mondo e non ho più la ciccina e m'hai dato la pappa scotta e m'hai spappolata come una gatta m'hai laparotomizzata e tu vuoi solo l'animuccia santa nella notte in cui m'allontanavi nella notte in cui t'allontanavi o rabbia! E tutte le mie giunture si disgiungevano. Il distacco tu - ti distacchi tu - mi tieni a distanza per cui tu - come pare - sembri senza amore tu o Re di Cuori Re delle carte da gioco! E' dunque un poker muto è un bluff un imbrogliuccio e tu dai in sbuffi sbruffi e ti rabbuffi chiudendoti la giacca t'infossi senza collo mentre m'affossi t'annodi stretta la cravatta a cappio e mi dai un buffetto. Ma Dio compie spesso questo gioco nell'anima e con l'anima: non appena questa cerca di trattenerlo, egli se ne va. Verrà il giorno che mi leverò la biacca giorno verrà che toglierò la biacca dal corpo e dalla faccia e allora lotteremo Musa a Muso ma il distacco dietro cui tu sei il distacco cui a fronte a fronte imploro io neretta io annerita e scomposta è forse che non posso pigolare forse che non posso pungolare oltre il nero dei tuoi occhi ferini e strabi per mia sola cecità neri oltre il buio per mio distacco di rètina troppo profondi e muti cui mai dietro io potei vedere profondi e muti. Lì non vedevo amore. E allora anch'io persi l'amore che avevo dentro di me; fui fatta non-amore: e di me attonita restò soltanto il sorriso folle dello Stregatto. Mi espelli mi espelli mi espelli! E come carta da gioco slabbrata o Re ti sfasci e la sfida suprema ti rifiorisce ecco in adrenalina ridiventi la potenza maschia ingrossi in barba a me ingrossi in guance in pancia e gli occhi obliqui sempre più ambigui obliqui affondano per sempre nel loro buio senza fondo e solo o troppo nero o troppo fondo assoluto mistero e se poi ti ragguaglio sulla guancia gonfia dello schiaffo per non vederla t'abbuffi per non vedermi metti su pancia fino agli occhi distacco è la tua pancia il tuo panciotto - e ti tira anche il bottone sulla patta - o Re di Cuori la cui trippa fiacca mi rende stracca. Tu mi espelli mi espelli mi espelli. In quel mentre, tra il vederlo, il lasciarlo, il restare, mi appare Dio-uomo; e attira l'anima con tale mansuetudine la attira, fino a dirmi talora: . E' cosa buona e guasta Signore che mi dissesti e transumani ma adesso adesso o Re Signore tu che mi transustanzi e transumani le mie membra assolate le mie membra contratte tutte trasmuta adesso in tuo membro! Me divento tua possanza di membro in te m'immembro! Il tuo sorriso brezza fresco adesso fra palme di mani che ti cercano ti cercano disperatamente tese. Le mie gambe esili non saranno d'intralcio per farti sfondare il grande buco dell'anima! Io gambe all'aria o maschio o maschio ehi Muso bisogna che approfitti della notte vedi come marea divento e mi dilato e mi dilato e posso ritirarmi come marea divento vedi le gambe all'aria io sia riversata io sia infine Regina spodestata! E allora mi attraversò, e mi toccò tutta, e mi abbracciò. Le gambe esili non sono d'intralcio per farti sfondare il grande buco dell'anima! Le gambe all'aria io sia rovesciata io sia infine Regina spodestata in beata passività santa acquiescenza! E difatti sentivo tutte le membra del mio corpo piene del piacere di Dio. E allora ti annuso e annaspo e arranco a te m'abbranchio sei tu il capobranco sono il tuo pesce muto m'atterrisci e guizzo e ti smangiucchio succhiami come il topo fa con l'olio suggimi la lingua tirala mangia la lingua che ti ripassa tutto con la lingua tutto il corpo ti ripasso il tuo corpo io ripasso con la lingua. E culmina il piacere innervandosi nei palmi il piacere s'è fermato sulle punte delle dita dei piedi delle mani più oltre l'unghie aculeo non poteva andare e culmina invocando sempre invocando il tuo nome le tue lettere chiare a piena voce a chiara voce adesso o te preclaro o te smargiasso ah! Fammi venire al Bello che rimane - che rimane - ah - al Bello che - al Bello che rimane! Stando in questo Dio-uomo, l'anima è viva. Io sto in questo Dio-uomo molto più che in lui con tenebra; in questo Dio-uomo l'anima è viva. E le mani si percorrono o stringimi stringimi ora non stingermi non t'annebbiare vedi anche le linee fuggon dalle mani e m'annichilo t'annichilo esausti mentre ancora m'ossessano in corpo le tue posse solo mi grida in corpo e nella testa il nome tuo di Muso di maschio muto. O resta o resta o resta occhio fisso che mi trapassa mentre trapasso orgasmo all'altro mondo! Io non ho saputo voler questo stato, né desiderarlo, né chiederlo; ora vi sto senza interruzione; e son domata.
NOTA
Comedia, com'è ovvio, dal latino comedere.
REPERTORIO
Per gli spezzatini l'ipocrita di molto spolvero ha cavato dai suoi scatolini delle voci, e dilagandoli poi a soggetto, echi e rimbrotti di declamazioni Dantis, languidi lacerti campaniani, qualche tremebondo balbettio di Gaspara, nonché sentenze ineluttabili dell'I King.
La duettante scannata fra la ribalda Mimì tebaldiana e la Beata Angela da Foligno, tradotta da Giovanni Pozzi (come le battutine in latino della santa in Cioè?), è il panetto per la sua beneficiata.
Da Dimenticamiti. Musa a me stessa, Prato, Edizioni Canopo, 1999.
Prologo con bando
(Fiori di plastica in un vaso polveroso, da devozione campestre. Tende rosse, vulvari, alti specchi alle pareti, e Lei sta seduta nel mezzo della stanzina, a cavalcioni di una sedia come l'Angelo Azzurro, di fronte ad un leggio recante fogli bianchi e penne bic blu. Le cinge la testa un'aureola di ottone, stretta. Pare piuttosto spinata che beata. Indossa una gonnellina di pelle nera con cernierona in vista, un body di lycra rosso sgargiante bordato di finta pelliccia nera, calze con giarrettiera di pizzo rosso, scarpe col tacco alto di vernice nera. E' ingioiellata come la Madonna di Pompei. Viso biaccato, lacrime pierrottesche dello stesso azzurrone dell'ombretto, rossetto acceso.
Appare visibilmente imbarazzata.
Gli avventori sono occhi lancinanti. Tengono in mano un vassoietto con un paio di bulbi oculari appoggiati sopra, vigili e misticamente affisi al celeste come quelli di Santa Lucia. Questo frena il loro continuo impulso ad applaudire. Però talvolta, durante l'azione vocata di Lei (che consiste nel simulare una scrittura continova, in un tic da amanuense), specialmente le spettatrici tenteranno furtivamente di deporre il vassoietto e applicarsi gli occhietti nelle proprie orbite vuote, a mo' di lenti a contatto. Tanta l'invidia. Questo farà ridere sgangheratamente qualche Bocca, che in compenso li divorerà rumorosamente, gli occhietti trasformandosi miracolosamente, all'apparire di Lei, negli omonimi dolcetti siciliani. E i vassoietti in lega metallica, come il piattino delle offerte che si usa in chiesa, diventeranno di carta, quindi, molto cedevoli, tenderanno a cadere di mano agli spettanti.
Attesa ansietata.
Alcuni del pubblico, i visionari tranquilli e censori, Padri spaparanzati nei primi ordini dei Predicatori, azzittiranno molto stizziti il volgo dei rumorosi, parecchio infastiditi dal sottofondante crepitìo della trasparenza che avvolge quei dolciumi, nonostante il sudore dei loro avidi polpastrelli.
I vassoietti dovrebbero altresì servire per largire l'offerta alla seratante beneficata. Ma nessuno se ne renderà conto perché saranno tutti troppo impegnati gli uni a difendere l'inganno dell'Immagine, gli altri ad ingoiarLa: nel mirino del mirifico.
L'autrice sgomenta, tardivamente pentitasi, dichiara che anche lei fu a lungo connivente degli avventori. Ma come sottrarsi alla duplice tentazione della Mandorla?
Si distolga lo sguardo poi, con lenta rotazione, a forzare la persistenza. Ma prima di vanire, Lei resista ancora un po', e dolcemente replichi).
(Perché gliela devo anamnesi prima di dimenticarmiti).
(Mentre i casuali avventori si appropinquano brulicanti al tabernacolo, scrutando distrattamente)
"Capelli biondi, occhi di Madonna!"
Venghino, siori, venghino venghino, siori e siori!
A me gli occhi, passanti! (frustata)
Venghino, venghino, siori e siori!
A me gli occhi, passanti!
"Capelli biondi, occhi di Madonna"!
(frustata)
"Ma come porti i capelli, bella bionda" (nervosissima): vado in onda!
A me gli occhi, passanti! (frustata)
Io a me musa a me stessa, poetrice ovver attressa,
adunque titubando prendo spazio
che vergogna, spaparanzo!
Allor mi fingo sub specie di stanzina, che carina!
Sono l'artefice innocente in loculo
casina avello stanzina bella meo oculo
(- pupa pupilla fanciulla dell'occhio -)
Piccolo spazio, ferita della ripa, slabbratura che si scoscia, sbrego nella costa, incunabolo:
dico di me teca e Madonna insieme insomma
dico di me Madama Ricettacolo
in Edicola Madonna
- grande madre da trivio -
in questa vesta lussuriosa di provetta madonnina in vetrina o qual fanciulla sottovuoto in vitro d'Amburgo,
qui ove densi riboboli mnemonici accolgo nell'umido anfratto midons di miei villi cordiali:
ed ergo ghirigolosi li metabolizzo in fabula, bah!
di nulla nuova bestemmia sotto il sole
(ovvìa, 'un me la fate dire, via, ce l'avete sulla punta della lingua, via!)
oppure aulenti et opulenti pistilli di midons narcissi rifletto io proprio io qui, qui son tutti riflessi di specchi di me proprio me me, ah!
e tutti come nuovi ve li sforno in godibilissima sequela o in spirulanti ghirigori come segmenti di tenia
qui qui murata viva - hi, hi! - "Benedetta questa casa, benedetto chi ci sta dentro,
- ha, ha, streghina, streghina! -
muratore che l'hai murata
- esco da una bocchetta, fo boccuccia di rose! -
Dio ti porti a salvamento!"
Affronto la folla col parapiglia di parole!
Faccio di tutto per sbaragliare il travestito ch'io fui
d'ori e gemme per lui:
- tubaste columba seducta non habet cor -
ché anch'io vogl'ir dietro piumose memorie a pelle d'oca,
ma fu' intubata per secula in penna d'oca
e mi mancava la parola:
allor con questa pellicola, mio guscio di parola,
fia alfin almeno qui fatta mia scorza! (frustata)
I
Parodiando
Donna Rosina (tenendo in mano una lettera: non si sa se spedente o spedita o fattura scaduta e gualcita)
Chi son chi son? "Ritorna la tua voce fresca e bella"
Chi canta chi qui qui?
Qual son per me, chi son, qual'è il soggetto?
Qual in realtà i' fui, se tal fu' io per lui? "Ritorna la tua voce fresca e bella"
- le note pure mi violentavano -
Io son chi sono e sto con me davanti,
ma mi guardo le spalle:
LAPIDATEMI!
Tutta ora intendo l'impostura soprumana: "Ritorna la tua voce fresca e bella"
tal e talaltra i' fui i' son per voi per Lui
ma a me vegnon perversi sia Lui che voi per versi
per riciucciarmi dalle mosche sulle sudate carte, "Ritorna la tua voce fresca e bella"
- Io ti guardavo e imprimevo la tua immagine dentro di me, come per ingoiarti-
Quia illo nulla me amavi unquanco!
Nisi per truffam et cum mendacio, per simulationem et non vere! "Ritorna la tua voce fresca e bella"
Eccovi allora, siori e siori, ecco cosa vi canta La Sfinita musa ansante risentita:
Sempre caro mi fu stare qui chiusa
e questo speco ch'è camera oscura,
guardo d'amante che musa m'includa.
Ma sedendo e mimando la sua parte
anch'io mi miro per occhi sovrumani,
godendo diva la profonda quiete
ove io mi fingo un fallo fra le cosce,
poeta obtorto collo, e come il vento
odo frusciare sulle labbra mie quello
suono di lui che a questa straba voce
vo comparando: e mi sovvien gli eterni
fiati in fuga da silvie morte lune,
presente e viva di rimorsi imago.
Annega immenso il pensier mio nel suo:
e profondar spaura in dolce specchio.
EPPURE ANCORA IN ME CERCANO IL BELLO
II
Deuteragonia
Ma adesso ascoltami, lettor, ascoltami, fratello
l'ipocrita son io, son io fratello
e se da me figura odie trasbordo tabesco e svanisco,
la posta in gioco è sempre più alta,
- ero a disagio nella perfezione -
quia te scriba, fariseo, trasverbero!
- le note pure mi violentavano -
Ti trasverbero?... Col mito platonico della scrittura, ci pensi che figura?!
(I due furono trovati massacrati)
(per simulationem et non vere)
Sempre caro le fu starmi qui chiusa!
guardo d'amante che musa m'includa
sottovuoto sott'occhio sotto sotto
"Passavano un tempo: erano donne giovani, bionde o brune, cantavano tutte"
TUTTE TENUTE SOTT'OCCHIO
Ragazzette pomposelle
che di festa vi vestite
vi mettete le sottanelle
Accadde ancora circa Anni Quaranta Anni Trenta Anni Venti
di tre sorte ricamate
- e chi la fa l'aspetti! -
di tre sorte di tre colori
Ti tengo sott'occhio
- dovresti rifarmi la facciata! - ecco Maggio rose e fiori
Ragazze, ragazze
che ciabattando van per queste calli
Ragazzette pomposelle
(ci sta di casa il vento)
così lontane dalla luce triste dei colli
che di festa vi vestite
Ragazze fiorentine o americane in braghe,
vi mettete le sottanelle
ragazze dalle belle ciglia
di tre sorte ricamate
- Ti tengo sott'occhio -
di tre sorte di tre colori
Ragazze di Mario, di Piero, di Attilio e di Alfonso,
ecco Maggio rose e fiori
ragazze di Luigi di Vasco, di Giovanni e di Giorgio
- oggi perdo la faccia -
Ragazzette pomposelle
ER-ME-TI-CA-MEN-TE CHIU-SA
che di festa vi vestite
vi mettete le sottanelle
Non riuscivano a togliermi gli occhi di dosso
di tre sorte ricamate
ER-ME-TI-CA-MEN-TE CHIU-SA
di tre sorte di tre colori
ecco Maggio rose e fiori
E QUESTO SPECO CH'E' CAMERA OSCURA
- sìe, io 'un risplenderò degl'ori di' Giottino, poerammé, 'un c'ho neanche un lumino la sera, poerina -
- VAMPATA! -
Qui al confino dietro i miei occhi
La pare la Madonna di Pompei
trafitta da sette spade
tempestate di pietre preziose - core meo -
(Mi guardo da amante che musa m'includa!)
- pupa pupilla spaura repulsa fanciulla dall'occhio -
"Io ti guardavo e imprimevo la tua immagine dentro di me, come per ingoiarti"
Chi fa la spia non è figlio di Maria!
Sì, Lui sempre cedea d'admiratio
per perfecta copula emulatio
(piccolo moto di acedia)
(il travestito ch'io fui d'ori e gemme per lui)
Sono un po' sparsa d'etere
- faceva così freddo laggiù al confino -
confinata dentro il tuo sguardo,
- ero a disagio nella perfezione -
(Poi io lasciai definitivamente Firenze).
Appaio radiosa fenditura
in quest'aere sanza tempo smosso
basta un alito di vento: va in frantumi
ATTENTI NON VI CADA: FRAGILE (crash!)
- Scarpuccia di vetro son io proprio io -
Son io proprio io la più bella del reame
cella di specchi specchio delle mie brame!
Vago in onda nel liquore del tuo sguardo
come fosse una bara di cristallo, snif!
Se se se mi cri cri cristallizzi
ergo sum la bella nella bara
Biancaneve in teca bara o superotto con Teda Bara!
e basta un bacio sulla guancia, un cara cara
- hi hi, scemina scemina -
Urlò U UANG la mia innocenza bucaneve!
Ma sedendo ecce me e mimando la sua parte:
Il vostro scribacchino di linee piccoline,
non insultar, formica, le cicale divine!
parkinsoniano: gli casca la penna di mano!
(Io stavo in quella palla color di zafferano)
anch'io mi miro per occhi sovrumani
(sì, talvolta il poeta cede al suo stesso incanto!
sì, talvolta mi capita d'nvidiarlo...)
ove io mi fingo un fallo fra le cosce
Come potrebbe senza mani...?
- Non avevo mai capito perché mi tenesse a distanza... -
riguardarti, lei, passante?
- A seconda dei casi, comunque di solito a 18 cm. di distanza... più o meno -
Come potrebbe sanza gli occhi, sanza mani, lei...?
Presente e viva di rimorsi imago
in morta gora m'immacchio e sgoccio
altissima levissima purissima - spot!
Eppure anch'io, un tempo, fui a mio agio nella perfezione:
Ragazzette che dormite
sulle piume riposate
QUI GIUNSE NEL 1211 PER LA PRIMA VOLTA A FIRENZE SAN FRANCESCO D'ASSISI - (ma cfr. infra) -
le finestre vostre aprite
c'è la luna che vi fa luce
Mi appoggio a questo muro gonfio di pianto, questo muro lapide ventre collapso
Benedetta questa casa
Ma come farebbe a baciare la mia bocca deformata di vetro?
benedetto chi ci sta dentro
muratore che l'hai murata
Appoggiami il tuo sguardo, accarezza l'anima murata, mi rigonfia a crepapancia la tua presenza allontanata, e t'amo e t'amo, ecce me gridai beata!
Dio ti porti a salvamento
.Ma invece mi misi sotto i piedi la luna.
-Inginocchiatevi! -
Persino il santo esausto vi s'appoggiò
- Mi viene addosso! -
)(sponsa con sponsor a passeggio lungo l'Arno)(
FRA LE COSCE TI DISCHIUDE PARADISI DI DOLORE
Da Melologhi, Modena, Emilio Mazoli Editore, 2001
TRITTICO FIGURATIVO
I
LE GRAZIE
Lassù dove risplendono le acacie trilobate
senza posa mi marca dappresso doppia fiata
si sciolgono le gambe mentre m'immagino di te
ripensando gli amori tribolati del fosco Triboulet
come colui cui fu necessitato erigere simulacri di gesso
in attesa che il sussidio l'imbalsamasse in marmo
acciocché i devoti non cessassero svampito pilgrimaggio
lassù dove risplendono tornite tre culi tre sorrisi di ragazze
leggermente sollevate nel godersi il solicino
e l'arietta di settembre che sventola le orecchie
canine come lagrima che splenda in congiunta contenta:
cosa che in me figura tutta non so eppur sussulta
e l'aquila manco si sogna com'affisso il guardo e sospiro.
Nulla di sbieco tutto nel traslucido si presta
a manifesti sogni incasti, incanti, e lascivie di membra.
Rilucono le tre al bellosguardo che falco stamane ciprigna
fa la gobba come un gatto e arrota i canini Triboulet
in fregola di settembre voglio, manomorta, vulcanici imenei
voglio quella voglia che senza posa mi marca dappresso
e mi sospinge al traguardo che ribalta la pupilla:
anch'io ho la gobba che gonfia sotto l'incauto sogno
delle tue carezze se scopro il pancio ove al centro s'affissa
il tuo sguardo perduto nel roteante bilìco nodino
come colui cui fu necessitato addentrarsi in figura di me.
Poi mi lecchi con liscia lingua nera di mucca
ed io godendo capisco che hanno fatto proprio bene
le tre fatine a svitarmi il congegno menisco:
ecco si smonta, mi crògiolo, traballo, manomolle e bellegambe
mentre intravedo tuo bovinamente bellosguardo ovulante.
II
CAUSA DI BEATIFICAZIONE
(Oggetto: acquisto di due ali
t'invoco
non ho paura delle correnti)
"Confondo il mondo con l'amor giocondo
e faccio come il pesce che resta nel mare
che quando lo travolgono le onde egli gode nuotando
perché non può essere preso" e faceva i tripli salti mortali
mentre questo le rugliava in corpo gutturale pare,
oppure di questo murmurava, pare, in quei pochi minuti di sonno leggero:
"ma se io non posseggo te sum ut balena che quando l'acqua si secca resta nella sabbia ed è condannata a morte perché senz'acqua non ha la possibilità di fuggire".
Solo pochi minuti di sonno leggero, poi i poveri la alzano
sciolti i malleoli molla il malloppo innalzandosi in alto
di lato sconfina deborda taglia forte labbra protese
viso colore vivido ma l'occhio è biancopanna e il ventre collapso,
ventre ventresca che risuonava flatulente come tamburo o basse tube di falloppio,
ella d'idropisì fatta balena:
"quae quando aqua aret", sorridendo appannata loqueva,
"remanet super arenam", dolcemente eruttando diceva,
"et condemnata est in morte quia non habet potentia evadendi";
potentia evadendi non ha sine aqua: fu questo il di lei detto ammorbando,
e arrovesciava gli occhi in suso ella a mollo nell'ammorbidente
suo sudore che distilla, e rughe di spasmo, spume agli angoli della bocca,
pruriti, fremito, odore pungente d'orina,
:insomma l'impotentia evadendi ovvero un'impotentia estrogena, si direbbe.
E per emorragia di multa aqua interna ergo colava, smorfia triangolare,
di sangue dal naso per una mignola epistassi forse
qual fusse split da venolina grigia pulsante e dilicata:
tutto pareva insomma che fesse quel continovo ribobolo di lesso,
sbocco che accade ogni volta in cozione di coda dell'occhiolingua di nasello
(lievemente si alterano le altre parti),
:e si spalancano vuoti imprevisti in fessure talvolta, e schizzo!
:ovvero tutto opacamente abbiancava malassorbo in quell'abbiocco.
Ma nonostante, adipemente muta e cieca rotolava in un mare di città
il compos sui pesantissimo d'aria,
muto e cieco rotolava il suo composto edipo
rivoltolandosi alla deriv'acquea,
- lo compos sui tapirulante in OM di borborigma
(o felix culpa gaster!) -
dandosi totalmente in anima cetacea e in ritenzione cloridrica
sdandosi totalmente et in corpore scontorta (si disidrica ella per noi),
clauso l'utero contrattile qual duro cazzo di mare, si dice mi pare
(le altre parti rimangono nel loro stato naturale)
sbalzante a singulti, flessibile in gola di vedova allegra procace
nonna Umiliana, l'umida curandera, o altra Umiltà (anch'ella piuttosto precoce)
allora ventiduenne appena, ma turrita.
Abbassava lo sguardo, ciglia a ventaglio, per non vedere gli oggetti vani della viva [vanitas
(oggetto: acquisto di un santino
t'invoco
non ho paura delle correnti)
o peggio l'uomo inforcante un cavallo, che offendeva la sua castità
(egli gode nuotando)
(faccia declina, fronte corrugata, occhibocca micciusi).
Però tentava di afferrare una visione di colomba
- lo compos sui alla deriv'aerea di bianchi natali con fiocchi di neve a sbuffi e gesùbimbi braccine aperte, gambette conserte -
per regalarla al nipotino che appoggiava il piumato capino
"così faccio io in questo mondo (cullando)
confondo il mondo con l'amor giocondo (cullando)
abbasso il capo e nel suo grembo mi pongo" (afferrando al volo il fantolino lanciato in aria)
(Love Cares'd, con sopracciaglia elevate)
sulle sue poppe pulpito sulle sue poppe ciucciate rubizze e vizze
(Maternal love, with astonishment)
Poi un battito di denti serrati dal terrore, scalpiccìo
di cavalli, si dice, e disserrati da un coltello, mi pare
(Love Rejected with astonishment, acute pain)
Ma le ricercatrici di reliquie non persero certo tempo,
stracciarono le vesti sue umilemente vestute
(di bomba santona en souplesse)
dalle cellulite sue carni miseramente tribolate, ella
di già unicellula decerebre medusa eppure
ella fu decapitata in conformità alla vigente
ambita lieve incontinenza amorosa di veggente
a norma di quell'umile cerchiaggio che ci aureola e ci stringe -core meo-
e astringendoci ci tiene in piedi ci fa la pelle ci fa le ossa
precipitevolissimevolmente in caduta libera
precipitandoci in quest'amorosa incontinenza fosforescente d'enuresi, flauti d'ossa, [sospiri lievi,
soffi soffi da nari sollevate come ali al decollo
in questa santa distrazione notturna, occhi cerchiati di rosso
o bravo bravo appisolamento diurno con salivante cascaggine
da doposospiro da dopolavoro da dopodopo durante il quale prima
sempre tastando con la lingua sospesa in gola il grado d'umidità dell'aria, e colloidale [-core meo-
sempre festeggeremo rammentando, ragazze melanconiche
o anche solo bambine sempre tristi, soror nostra materasso,
la sua circolare ricorrenza di raggiante maggiorata,
d'electa filia, sponsa, et margarita di campo rubicunda.
III
LEDA COL CIGNO
(SOPRA UNA SCULTURINA DELL'AMMANNATI CHE SI TRUOVA AL BARGELLO)
(Fa' ch'io sia fecondata così in tutte le mie membra
in su più su fin dentro il serpe di treccia d'erinni
che mi cinge vittoriosa la testa, fa' che sia festa
in fin dentro le borse agl'occhi che voglia rigonfia
come le vìscole sacche ch'io vidi all'ovipara Leda).
Quella notte sognò d'avere un cigno fra le cosce.
Eh sì, inarca potente le reni, ah sì, dischiude appena
le cosce e inarcuata lo accavalla Leda, par maschia
eppure vezzosa rapida lo invischia e concepisce
di scoscendere di fianco serrando l'ali della scigna
con una muscola che gli blocca lo starnazzo mentre
lui vorrebbe espirare e invece si fa mortale in acuto
e soffoca stantuffando. Allora le pianta le palmate
sotto le natiche contratte e leggermente sollevate
così che lei ritraendosi non molli la stretta anzi
mentre regrede s'impianta lei anche col piede destro
e col manco lo avvince all'estremità superne che sprimacciando
lui rapido flette: ora l'ali sono in posa di spicco:
ma non il collo, no: quello lo arrovescia mollemente
e fermo fermo lui vola a risucchio in lei vorticando
soltanto quel grande uccello blanco che in alto sospinge
due ali quali alettoni piegati all'indietro in ragione
di vortice aereo perché lei, vuoto d'aria, l'accavalli accogliendo.
La solletica lui morsicchiandole le labbra e lei la punta
della lingua dovette mostrargli la sollecita lui
coi suoi dentini aguzzi e trasparenti qual lische
o l'azzicca a beccate rapide arrovesciando in avanti
lunghissimo blanco suo collo e flessuoso, e glua
e gluano in due e glua adesso lui deglutendo
il rivolo di lei saliva che veniva.
Per un'ultima volta la schiena di lei si flesse e lui la spalma.
Risucchiandogli sua discendenza ab ovo Elena e Polluce
tresca di Zeus beato che l'incinse orgogliosa e mortale
a Leda garrula madre il ventre certo gorgogliava beata.
Si scambiarono due rapidi sorrisi di maniera e l'aere fu queta:
quello di Leda duro s'ombreggiò di nausea pallidendo
aquila quello ridivenne in un battibaleno fiammeggiando.
Per poco perdurò vago sentore di sedano e di pesce, e sorrideva
lei da sola le riverse mammelle blanche di madrepora:
piume umide e gallate i grassi resti del trescone
sulla riva renosa dove lei granulò riversa un poco ancora,
e dovettero certo indurirle granulose due pere marme di madrepora.
(A noi di quel colossalmente divertito godimento solo
si presta in picciola teca una qualche allegra vestigia,
ma fra drappi malriusciti ed in minuscolo, in minugia,
ché col madreperlaceo pulviscolo di marmo, o pseudomichelangiolo,
bene imitasti la maniera del movimento sensuale ombreggiando).
TRITTICO TESTACAUDATO DETTO
DE LO DITTATORE AMORE
a F.
I
PRIMAVERA - PIAN DE' GIULLARI
In alcuni paradisi è permesso
accondiscendere ai piaceri vili
come godere di un fregio finto li-
berty, come una pergoletta ch'io vidi.
Ma non stopparmi, anima toscana,
al rigor viso della tua luna diurna;
non disarmare il canto pietrificando
piagenza, né mira al cielo dell'altra
metà del cielo che ti chiude le porte
del regno: venuta meno al pegno che
le schiuse. Abusa pure di me mia
lingua di velcro che raspa felina
il fondàco dove mi salvo catastando
bisogni in paradisi permissivi.
PRIMO DI PRIMAVERA FIORENTINA
"File di cipressi in morte
e germogli incappucciati
e il vagito innaturale
dei rumori dalle strade.
Caste tende si sollevano
sopra bui interni rifratti:
sono otto mesi oggi
che sfogliamo al contrattacco.
Sapremmo quanto smodata
punga reclami ogni ramo
quando linfatico urla
e geme per perfumarsi.
Oh il tuo vanesio richiamo
e la mia scuffia trinata
- che rosa sfiora una guancia -,
schiaffato lì ci mortàla".
(L'uccello femmina e il maschio
in gabbia così cantava)
II
RESPONSI
A suon di ah! di uh! di squilli ferventi di lanci di slanci di squilli
per vani conati intermittenti, di falsi destini destinatari e mittenti
à la manière de padri e figli madri e figlie minori e maggiori
minorate o maggiorate: tutte comunque perdenti nella durata fatìca dei mutamenti,
mi consiglia di darti un morso che spezzi
la concitata viltà che mi condanna alla chiesta,
perché risplenda alfine la doppia chiarezza
(limitando decisamente i danni, - sentenzia -)
del foco che mi affina onde rifulgo chiara e lucro fra le genti,
del foco che disprezza tutti questi vani impulsi veniali d'incertezza (in lanci o slanci
di squilli tinnanti in ah! e uh! a nulla propizi):
si smorza l'ambigua flebile fiamma mendace di rimorso e tenerezza.
Ed io risalgo alla ragione prima in me di tua assenza (di caramello in cruna di cunno),
di assenza insomma in te di te di un'interezza, ergo d'interenezza.
Stretto stretto è il vicolo buco di salvezza; t'incontro al buio, inoltro
malintesa carezza, ruga d'espressione, sordido di pienezza commosso
sgorga spurgando tiepido, se contempli se contempli, tiepido
un mare ottuso di sangue, un rombo muto ma verace di stizza che intrinseco
s'estrinseca e guizza: dell'addore d'un fiotto impepato di cozza
si rimpinzò verace adorazione.
La fiamma di nuovo secante ti depone fra le mani il pomo della discordia:
non è propizio perseverare delimitando un possesso tanto grande.
Allora risalto figura nobile fra intrepidi bovi che si spremono a freddo
(la mia carrozza strappata all'indietro - sciagura! -: il tremendo
tremante rinculo ma di nulla mi curo che non ti sia prezioso e propizio)
con lingua e capelli mozzati e naso e orecchie mozze vado monca
al cospetto del saggio che giudice ricuce espettorando le nozze:
Ritìrati prima di cadere in disonore, rintuzza ignobili voglie,
vedi che ricetta d'elemosina non trattiene il viandante!
La fretta muta di cani che ti scortica la pelle e ti fa brani
sovvertirà gli ordinamenti celestiali del creare in tutte balle e
nella generazione che ricetta ti annienta soffolcendo
muda di siero in dolca di ricotta calda, soffocherà il tuo cuore
con fummo giallo pungente, il lezzo d'orina del niente che mente,
soffocherà gli esuli indizi di altri tramonti, gli esili schiocchi
di pollice e indice uniti per sempre (tra morti, s'intende,
blandi intrecci di dita raggelate da danni a terzi a quarti, blandizie tumulate
in quarti di vitella da latte),
soffocherà tumulti fra denti ridenti in nota di cuor di cicogna:
e quest'ennesima inutile rampogna soffocherà sospesa fra le braccia vizze
di una svaccata di salute che a generare ti sospende per le spiccie, galoppando forte,
e scaloppa. In quel porcavacca soffocherai beato di rinuncia.
Rinuncio anch'io per te, se lo vuoi, ma dimmi, chiedo:
una volta tanto anche tu rinuncerai ad avermi scolta, mea culpa?
Rinuncerai a me scoliotica scoliasta, matrice di non sai se scòlii o scoli,
pedofila inveterata, castratura pederasta, casta Giocasta?
Nella beata rinuncia a te per la ricettatrice che ti ricatta e t'arresta,
chi perde chi chi prende che a chi va chi dà accoglienza, appartenenza?
Ma a me, ma a me cosa cazzo mi resta?
Irrigidisci, ti prego, l'osso sacro.
E spegni quella luce
che mi ottenebra la vista.
III
CHIUSI
Drappeggiata e acefala incombe
bianca l'arcana pietra come nera l'arcigna
sagoma d'Amiata ammutolisce di torba
le nubi che dintorno l'ostacolano.
Annotta sull'amata il sarcofago manto
che stende pietoso un indefesso: allotta?
che allampa nella lotta continua che ci divide:
testa e busto, testo e contesto
trapunta di stelle versus pezzato di mucca.
Allotta? balbetto. Allotta? chiesi e chiedo,
balba e mesta, Aracne e Atena.
(Diramano sottopelle come urticanti sfoghi d'acne
le lacrime dell'amata piantonate nel petto.
Picchiettano in me tosche come schegge d'amianto).
Liscio come cefalo il canopo etrusco
s'imbottisce di visceri neri come l'asprigna
susina di Montepulciano che stucca s'appiccica
in viva pietra fetida o pacata in morto bùcchero,
nero l'Amiata urna incenerito soverchia
la strapotente rocca di Ghino di Tacco
o quel che fu ricetto all'invitto eresiarca di Arcidosso:
così l'anima pesa sul corpo come un coperchio.
Mute nubi trascorrono sorvolando ignare
il manto che su di me stende pietoso Morte,
l'unico mio figlio maschio.
IV
RAMA CHANDRA AL PARTERRE
(O Lotte, o solita lolita Lotte...)
Sto qui nel salvifico kitsch della festa, mi senti?
E luminaria nell'odore arcano di luci di pesci
Ti aspetto come lei lui o come Pavese aspettava la danseuse
Con aria intimorita suspicando l'odore incenso
Di sessopesce. E' la festa della luce e mi contento
Pare l'India - ti penso - mio celibe inganno,
Mio fallato portofranco, affusolato pianto
Nel burro chiarificato, come di cera ti penso.
Non mi ci raccapezzo. Inerte assisto
A questa divertente cerimonia pagana:
Rama Chandra, Re Rama, oggi rincasa
La moglie sua che gli fu gli fu rubata
(Sempre accesi terzomondi i lumini di Natale)
O anche: quando Krishnabimbo rubò il burro
Mamma Yaso per punirlo lo legò ad un mortaio
(Hanno acceso gli stoppini che chiarificano il buio)
Ma non riuscì non ci riuscì a legarlo: la corda è troppo
Corta. L'olezzo di pesce è forse un rosso paravento
Come un guizzo dell'aria come ogni breve cenno
Di un tuo prossimo inguaribile spegnimento
O scernimento o svenimento, mah. Il sopore
Del giovane Werther sotto la doccia allunga una saponetta
Al patchouli all'umida giovinetta
Ch'ell'è embolo dell'assoluta totale inincidenza
Ormai dell'età schietta della più pura
Più pura purezza. Invece loro sembrano tutti
Usciti da Bollywood! O rumorosa luce! L'eresia
Nell'induismo proprio non esiste. Fra loro solo
Si sospetta: le voci si alterano, ma nell'alterco
Che tu metta sull'altare la dea Kali, Kali la bella
O le foto di Bill Gates con occhiali e frangetta
A Kristokrishna tutto gli piace gli piace tutto
Purchè odori d'incenso e di pesce di spezie
Odori di rossetto e di denti di burro di cera
Di pelle, di questa dolce scura pelle bruna:
Sto circospetta: "l'eresia nell'induismo non esiste",
Sorride Rama Chandra Hare Rasa Rama Rama ninna oh
Da di là arriva l'odore di burro fritto affogato nel riso.
Dunque cos'è che ancora c'impaura nella stretta
Fra maschio e femmina, chi è che chiede ancora
Cosa ci aspetta? "Non è possibile legare dio
In alcun modo - ecco - materiale". Bruciano sull'altare
Fra frutte abborracciando sacri stami e stoppie, spaccano
Cocchi, s'incrociano fumi d'incenso in eccesso: piangono
Lacrime di coccodrillo sul latte versato sacrificando
Al battito di tuoi candidi e rubri piedi (: o te che plori
Mi vedi?) O tu che forte e fiori, forte e fiori.
V
SONETTO PER NON ASPETTARTI
(Quando la gattamorta i topi godono)
"Sì, vendetta, tremenda vendetta!"
Se fossi una donna con te oggi sarei spietata
ma come sai la voce come fa mi tace Turandot
e mi ributta brutta in brago, insabbiando le prove.
Non ti maravigliare se mi confondo con lo sgrondo
che l'acqua dà quando s'inclina un tram
che si chiama desiderio, sì, Desiderio
come il re messo alla prova dei longobardi in resa.
Oh pretendente prima adusa agli imprevidenti,
ressa d'inganni che priva osganni sgamando,
cos'è cos'è che ti amo con diniego e con sussiego
con quella canzonetta in testa che fa festa?
E fu Natale e il nostro compleanno diserto. Te la sei giocata, l'hai persa. Non avevamo che un'infanzia,
e tutto quello che di lei non resta.
EPICEDI
I piccioni che becchettano il vomito fanno parte del grande cerchio della vita entro il quale, come direbbe Mufasa, a tutti è d'uopo inscriversi, o è piuttosto conversione d'orrore, mescolanza d'inutile e d'assurdo, rimostranze alla Natura, richiesta di rimborso per mancata soddisfazione?
Simba, Simba - vàttene, sparisci! -
Il Re Leone è clinicamente morto.
(detto de La Tramortita)
Odore violento di paste calde e cioccolato fuso
madida creatura triste e difettata sorride ebete (Piccolo respiro)
Nel fondo opaco dell'occhio brioscia e cappuccino.
Scoppia un pneumatico. Di alate strutture leonardesche
s'ode lo strepitoso cric croc sotto le ruote di una bici
traballante fra sconnessi acciottolati medievali:
I piccioni hanno perso i riflessi di un tempo:
Adesso rivive tra i fiori dove seminò zizzania
e malagevoli orti conchiusi da pietre focaie.
Con un movimento preciso e distratto delle dita laccate
stacca la striscia adesiva del tempo, e vi aderisce tutta
o cammina a passettini lungo la linea tratteggiata dagli obliterati giorni.
Ad ogni figlio rinuncia con un'alzata di spalle
quasi che fosse un vezzo o peggio un vago ricordo.
La bocca a cuore, i panni sporchi e i cocci rotti sono suoi.
[Senza] Batter ciglio aggiunge una tacca ancora,
si sdipana come una tenia nell'intestino e la divora
a convonvolo una scritta luminosa: "Era impossibile non sognare
Era impossibile non cedere continuamente al sogno"
- ... Para ver las reliquias aquì... -
Oscilla lieta ora sulle ossa dei principali morti
Grazie al comodo privato assistenziale non le manca
la terra sotto i piedi e uno è già quasi nella fossa: oh Matthias:
Saranno lussuosamente vestiti o furono deposti semplicemente nudi?
Sbadigliando osserva sfarinarsi la matassa del suo linguaggio come le mèches a strisce
della ragazza madre delle pulizie accantucciata lì in un angolo
a fumare l'ennesima smangiucchiandosi le mani tremolanti
che salutista burocrate dello spirito lei, chiromante
adesso craniocoronata cautamente in equilibrio tiranneggia.
In memoriam
Da tanto tempo lo spirito non abita più qui.
Ma come si suole dire - o mia pensosa prepensionata mente -
ogni lasciata è persa: avere in casa la scrittura corrente oggi mi serve
soltanto per non smentire la fiducia malriposta in una
che a tempo perso eroga da sempre - gettito -
nella perduta mente della cassintegrata amanuense.
Basta un attimo di distrazione e le spoglie tendine scivolano,
si sfilano rovinosamente tinnendo i cerchietti che sorressero
graziose pieghe, trame d'uncinetto
dentro il panorama che accoglie il mio il tuo nome un altro
le nostre vertebre sgranate come piselli dentro una ciotola di stagno
Dentro la madre senza respiro infinitamente piangiamo
la morte soprana che ci precedette e ora ci infissa.
Passerà, passerà anche questa mi dico, piena di rimorso.
L'ultima immagine è sempre la più bella, non demordo.
Oggi rimedio che anche non torni all'inverno, mia dolce chimera
Ma non poter più vedere un mattino d'estate o bucarti con un ago
di rimembranza o fare due passi o spalancare la bocca
ad un duplice sorriso di teschio e d'inconsulta brama
non poter più sentire la gioia profonda in questi lombi,
Amica capretta, che smorzavi gli spigoli belando via cavo un filo di voce
fosti sempre acuta e ossessiva come la bambina che mi dava i pizzicotti.
I parcheggiatori notturni rimediano mozziconi di voce spenti.
Con un piede nella fossa e uno sul podio li accendo,
passo e chiudo il dorso contratto della mano sulla fronte
e indago nel malcerto ricordo di colei che fu perdutamente
a tempopieno amata proprio nel suo tempo perduto a vivere
di come occhio per occhio dente per dente ella fu tutta da lui
a poco a poco perduta
L'ultima immagine è la più dura a morire
Bisognerà normalizzarci sulla frequenza delle lacrime:
Ti ho sognata gobba come un punto interrogativo, le acque scure
Galleggiavi placida sulle tue linfe come un'ofelia insomnio
Circumnavigando globuli rilasciandoti a derive
per dismisurati noduli con i binoculi gonfi di un caleidoscopico rimpianto di colori
Liquide schegge d'iride trattenute come gli aghi scombussolati
Con cui giocavi l'ultima tua scattosa mano di shangai.
Non riesco a dimenticare l'albume del tuo sguardo senza ciglia
Tempo scaduto, tempo scaduto!
"Se non fossi stata povera e sola" --- Che vuoi, non respirava
"Se non fossi stata sola e malata" --- Stentava ad esistere
"Se non fossi stata sola e abbandonata" --- Restava appesa alle mascelle volitive
- E chi ha la pazienza, oggi, di morire? -
Ti aspettavamo al varco vestita da sposa --- "Era una vera forza della cultura" (proteggete i miei Padri)
Ti volevamo recisa come un'ifigenia bandita --- /"T'hanno buttata in una fossa comune" (proteggete i miei Padri)
Non ti avevano studiato bene prima d'investirci su
--- Ti faccio pubblicità per l'avvenire:
Finalmente imparavi a morire
Un vecchio grammofono suona la vostra canzone. Lui ti ricorda così, un fremito
di coniglio, il sorriso involontario di una smorfia impercettibile.
"Era lei tutta la mia famiglia,
i figli che avrei voluto, tutto perduto
conati d'orientamento, rumori della casa
il presepe, una pianta che vive d'aria
succo d'aloe vera, adorabile bibliotecaria"
Ti hanno sbattuta fuori all'esame sul Bengodi
Non ti preoccupare, ti aspetto fuori.
***
Si ruppero le benevolenti tutt'e sei le rotule
E mi sentii mancare io cronista del cuore la terra sotto i piedi
ma ci afferrarono centinaia di mani nodose secche come foglie
una ressa di mani addosso ch'ebbe effetto d'ipnosi:
Nonna mare campagna dolce spacco insenatura
pelle fresca di pesca cuònsolo morbida fenditura
le manine pascolo fra i tuoi seni, armento, manine giunte,
chi ce l'ha chi ce l'ha a chi l'ho messo l'anello? dolce tanfo
d'umido e d'incenso fra i seni rosei come grosse persiche bianche
Mi salti al naso vino moscato, risaiola e capellini d'angelo,
strabica riderella di Venere, soffocàti singulti di nobildonna piumata:
Ecco il nostro tremendo segreto: Persefone e Demetra
le manine di Persefone accartocciate nel vortice di Ade
l'addome di Persefone risucchiato dal vorticante vacuo
buio e fu Persefone volente e nolente
e fu Persefone ridotta ad anima
Ecco il segreto di Pulcinella: Persefone e Demetra
in vacanza, il ciclo estivo, l'estasi per compiacere Mamma Arte
La Fanciulla sulle ginocchia della Madre come un libro aperto
e il terzo incomodo, il chicco di grano sepolto che lui
deve per forza dissotterrare per amarla a tutti i costi
il ciclo estivo di colui che sposa infera in risalita
la depressa fanciulla disperò dall'abitudine a subirsi
anima a subissare anime in regime di bene condivisi abissi
Piangiamo al varco la nostra bambina, mio triplice amore
Il sacrificio dell'ultimo menarca per la perduta remissione.
Da Penelope, Napoli, Edizioni d’if, 2003
Lamento di Penelope
(la reietta reina sorniona e accorta si rivolge all'ospite inatteso, fingendo di fingere di non riconoscerlo, per cercare di insufflargli in litania moralino almeno qualche senso di colpa per il ritardo)
(Durante il discorso, per esempio al refrain, seduta sempre sulla sua seggia nella sala del trono, amprerà più volte un peplo come si srotola un papiro, ma per orizzontale, oscurandosi così il ventre e la faccia. Su questa tela bianca verranno proiettate brevi sequenze o fotogrammi di Ulisse Sandalone Kirk Douglas dal celebre colossal hollywoodiano. E' la tela del mito che la condanna al domicilio coatto: ordito a maglie fittissime che diventa ordigno del suo misfatto di moglie, essersi rovinata con le proprie mani.
Non sta mai ferma: rimanendo sempre seduta - culona cosciona mater matuta - muove continuamente le mani febbrilmente e con grande abilità manovrando continuamente fili, per esempio, o altre cose attinenti allo sdipanare qualche matassa in senso reale o metaforico. Prepara il gomitolo, o ricama al tombolo o tesse al telaio o fa scorrere vignette raffiguranti l'epopea del marito come si smanetta sul telecomando, sostenendo la proiezione del colossal. In questo caso parlerà con l'intonazione di un cantastorie siciliano.
Nel fare ciò bizantineggia alla meridionale, parlando senza pause ma senza concitazione, con implacabile accanimento avvocatesco. Prevale un'inflessione indolente, da grassa donna meridionale.
Altro tic: prima del refrain Penelope starnutisce come Mangiafuoco e scuote il capo)
(Penelope mugghiante mugghiera rimuginando fila e sfila tele teleri telone o televisore molto lagnandosi fra rimostranze e rimugugnamenti)
(La voce segue un'alternanza binaria petto-testa, lamentosamente nasale ma dal ritmo sostenuto. Talvolta si fa più rapida, in foga di aggressività, talvolta più piena, da donna matura, in una sorta di rivendicazione di autonomia. ((Mito sonoro primario della filatrice, il tessere canto di Penelope è il suo modo concesso di largire la vita: v. M. Schneider, Il significato della musica)
LAMENTO DI PENELOPE
Da vent'anni velata pattuglio questa casa
Da vent'anni pattuglio questa casa ammogliata
rimasuglio di sposa obnubilata
e mi sconforta questa gorgiera guaina dove non proferisco verbo né suono di
[sgomento
e come s'usa zitta zitta mi rassegno
a pacche di vento mugugnante nelle risacche auricolari che piagnendo
stordita nell'attesa lunghe pendenti pendo
Ma quando un filo lustro di vento sbatte le porte e solleva garrule tende alle finestre
mi scrosto questa spessa cotenna di ritegno
e saltello saltello gioco a zoppino sulle tue mattonelle
per non calpestare i bordi ché non porti iella
sconfinare dai miei casti pegni ché ancora non ritorni nei tuoi angusti regni
Da vent'anni labbropendulo ogni poco mi segno
e metroquadro a salvaguardia i tuoi possessi
con una spessa cotenna di scontento e contegno
e l'ancella alle calcagna tappa le conserve
Ma quando mi distraggo e infrango il rito
al rintocco della pendola mi sveglio e m'accorgo che sbaglio il metraggio dell'attesa
virando atena il tuo miraggio mio ammiraglio
e per la rabbia mi mordo un labbro mugugliando
ancora non m'avvisti cagna col morso al guinzaglio
o hai perso il passaggio o sei morto in viaggio
e spalancando devota guaito di sbadiglio sbrigo le faccende
e zitta zitta come s'usa tappo le conserve
Da vent'anni perimetro con un dito i solchi dell'amalgama che ottura i denti
[mattonelle
della tua casa passaguai lustrata a specchio
e le struscio solerte con foglie di salvia
Da vent'anni sfioro con le dita le tracce delle manate d'uomini
che hanno spalmato ruvide l'intonaco di questa casa che m'ingessa e mi sculaccia
mani pesanti incauste mani addosso
di padri convinti e vincastri spanate mani di tutti i maschi me contendenti
a me avvinti pretendenti maschi oleastri
Da vent'anni loro non sanno che ogni tanto anch'io mi slaccio la cinta
e rinfresco intonacata mura tua suora bianca di clausura
bianche mura di abbacinante calce opponendo incagliate scaglie di vecchio latte
[che una volta versai dolce telemaco
e saggia consorte poi conservai zitta zitta
perennemente consolidando come s'usa
condensato di stucca muliebrità in testa calcestruzza murata viva
ma anche piluccando qua e là bulimica
olive sottosale offerte all'ospite loscamente come scusa
sempre versando con incuria caffé corretto in cicuta
o vereconda e senz'offesa falsa amica
una fetta d'anguria d'estate come s'usa
Ma quando mi smarrisco e perdo il filo
l'unghia si muove su una superficie nera di lavagna
e il filo spinato di speranza si sovverte in uno strip lustrino di sirene
che ti abbaglia mio ammiraglio e ancora non m'avvisti
allora m'attacco all'anice taralluccio e vivucchio tisana di finocchio
e con un cenno brusco spegno argute risa stride col cotone nelle orecchie
sbronza dei chiacchiericci di donnicce secche
sui benefìci in salsa di pomo licopene
Da vent'anni lazzarone magnaloto continuo a sfiorirmi
ciabattando fra il vacuo cincìschio operoso delle ancelle
nelle camere che alloggio fitte fitte e attacco il vischio
Ma quando mi rigiro i pollici in sala d'attesa e rischio il posto
investo in bene immobile di fede a oltranza e carità speranza
presbiopia d'avvistamento
me acefala e sbracciata pomona di gesso
poi m'acciambello sulla seggia d'avorio a intarsi
mi sventolo dal caldo col ventaglio penso al da farsi
e a quale costo ammonto le sostanze sui lombi e sulle cosce [dove se torni sbatterai le ganasce
vecchia storiaccia della moglie che aspetta il dì di festa
mi procuro perciò di tappezzarle tappabuchi di lipìdi [marito in fuga
madida d'alghe e fanghi antitarli fave di fuca
mi piallano la pancia pelle di pèsca a buccia d'arancia
Da vent'anni ostinata difendo dalla muffa morte
le mie parti molli venti vani in ombra e solo protesi di gommapiuma color carne
faccia flaccida e pallida come una veccia protendo ai pretendenti
pentolacce così sloggiano imbottìti e sfollo
Ma quando intreccio ceste di vimini e le tappezzo di foglie di fico
sforbicio uno squarcio felice di paesaggio al riparo d'orridi e fosse
nell'isola nostra natìa Itaca ferita rupestre
nobile sterpaglia aprica e solatìa
con bellavista che irraggia sulla sfilza dei filari dove arranco a bocca aperta
tra solchi bioccoli d'argilla fino al male alla milza
Cromo gli olivi di cupo verdemare e cucio suture tra viticci viridenti
Croco d'autunno le vigne e paro reti fitte
pronta a contenere i fecondi coaguli delle future coliche
d'uve che pesterò rosse e mature
pronta a contenere cocci d'alive tante mandorle dolci e fichi
che sgrullerò col cruocco o fraguli gruossi come lingue scarlatte
E mi ritegno grande madre satura bucolica
spaventapaglia dei vitigni scoloriti e spenti grande madre cianotica
che ammucchia coniche biche brulicanti d'acidi succhi di formica
e giare d'alive schiacciate coi tappi pigiati dai sassi
grossa contadina pregna di fatica
labbra screpolate e senza ammanchi inorgoglita
Da vent'anni euriclea materna ogni mese mi procuro
di foderare di muco le pareti dell'utero dove se torni premerai gommoso
nutrendoti di me feto maturo del mio fegato bilioso prometeo ingrato
del mio fegato gruosso sparattato
io monte dei pegni tuoi me farfalla pregna di te bruco
Da vent'anni euriclea materna rammendo con lo sputo
la tua voglia pelosa di cinghiale buscata a caccia nell'infanzia
accogliendo a braccia aperte la tua sete d'ansia
e con un colpo di spugna ti cancello le lacrime dalla faccia
Ma se tu ritornassi sotto mentite spoglie di figlio divino viandante bisognoso o di
[vanaglorioso logorroico mostro
e non di padre quercia senza scure
lenta schiacciasassi che m'avvolgesse in una nube densa di cure
stirpe d'Icario eroico urente di colostro
mi sa che giro il culo e me ne vado mi sa che non ti riconosco
che m'incurvo m'accartoccio m'accuccio accanto al fuoco e non mi scosto d'un ette
[tremante esile vesta
col mento infossato nel collo e gli occhi pesti dallo sguardo torvo
(…)
Da Una collana per Natascia, inedito.
NATALE
Mi metto in pancia l'angelo custode
e te lo partorisco spintonandolo
al termine - e da dietro -, podalico.
Senza pudore oltrepassa il valico.
No, saliscende, rigurgito acido,
come un pulcino costretto nell'uovo
spacca col becco il mio guscio di voce
tutto bagnato, affamato e feroce.
Mi premo il petto e rintuzzo una goccia
amara d'inchiostro color plumbaco;
fa l'occhio pio mentre succhia il colostro
dell'amore che l'assangua come laco
negro di mucillagini: bisboccia
in gloria l'angelo strabo, l'ex mostro.
RINATA
Non perdere le età, viverle tutte
contemporaneamente, è una libera
(a)zione verso il movimento, è l'indecen-
za della perfezione, chiudere il cerchio
intorno a una me stessa divertita
in uh! di bocca tonda e sbatticiglia.
Nell'hula-hoop ballonzola la ciccia!
Io ti ringrazio per avermi nata
una monade sconnessa, sciamannana,
una neo-neofemminista espatriata,
sesso regolarmente e dieta giusta
e scriver più non risciacqua le budella!
(Farsi madre di sé vale la pena
per intonarsi questa cantilena?)
RINATA (II)
Ma non una neometrica, mi spiace!
Una abbigliata di luce non sua,
una che conta solo perché è fessa
fin dentro l'anima, dove riflessa
stroieggia strofettando e strafottendo
con urla di zip e di chiusura a strappo
di forme patriarchiste! Chista guagliuna
o femmenella bacata da un millennio
che la riassorbe, autoimmune, al suo buio
interno, pipando col fesso di turno:
come sempre viagra eppur potente.
Ultrasmagata mi getto oltreoceanina
nell'orecchiocchio delle bocche vicine.
Tanto comunque nessuno ci caga.
RIMASUGLIO
alla vecchia madre
Mi ammazzo per legittima difesa,
per non saper né leggere né scrivere,
evidenziando la mia parte lesa.
Il tuo volermi riassorbire mi pesa
come un tuorlo fosforescente che lega
il cordone attorcigliato che mi soffoca.
Mi tocca di chiamarti dracula, strega,
devo, - che squallore -, quando l'ora scocca
di spegner nei tuoi occhi mezzanotte
per impedirti di tapparmi la bocca.
Mi fai sentire una mezzasega
quando fai l'indemoniato di Gerasa:
ti domo a stento, alzami, cammina,
clicca beella doolce e caara mammina.
MENTRE M'INTIMI: "NON LASCIARMI!"
al papà
Non ti ho mai visto in faccia eppure
vagheggio che mi picchi a sangue,
flessa la schiena pargoletta m'inculi,
così mi riconforti e mi consoli.
Il potere delle parole:
è quello che mi manda in bestia,
il gòdere come intrattenimento
del fiato corto che singulta sillabe.
Sorrise parolette brevi
sono solo un patetico richiamo:
giudica tu se te la senti o meno.
Restituiscimi il maltolto,
onnipotente mano che carezza:
un frontino, una zuppa, una certezza.